Caffettiera blu

di Caryl Churchill, regia di Giorgina Pi

L’inganno come nucleo sentimentale della famiglia, come trappola inevitabile: questo è il blu che colora il cuore del testo. Lo fa al punto da trasformare la densità di questa tinta in lemma che sostituisce a caso – senza alcuna regola precisa – le parole necessarie a spiegarsi. Piccole storie, che una consumata e inventiva manipolazione del linguaggio e della macchina teatrale trasforma in parabole complesse: sulla futilità dell’esistenza, sulle aporie della comunicazione, sulla natura costruita e fragile di un soggetto non più concepibile come unificato e coerente. Le identità dei personaggi si disintegrano insieme alle convenzioni e alle aspettative dello spettatore, in un gioco di “distruzione”.

La narrazione sembrerebbe procedere in modo tradizionale, se non fosse per il “virus” che infetta il linguaggio disgregandolo. Tutto ruota attorno al racconto di Derek, protagonista della storia e bugiardo patologico e alla rete di illusioni e resistenze che le sue parole incontrano. Assistiamo alla frantumazione delle “vere” identità, che vorrebbero fondarsi in rimandi oggettivi, ci ritroviamo nella vertigine di comprendere che è quando domina la menzogna che la comunicazione sembra funzionare correttamente. Il lento emergere della verità disgrega tutte le certezze e diventa disfacimento progressivo del linguaggio, mediazione del sé con il mondo che presiede alla formazione del soggetto, un soggetto comunque fragile. L’ultima battuta è una sigla misteriosa che chiude il cerchio sul tradimento della parola: “C. B.”.

Caffettiera Blu è una ricerca al limite della disgregazione del linguaggio teatrale, che scava ironicamente e dolorosamente nelle dinamiche familiari e nelle angosce dell’attesa e della menzogna. La relazione familiare come inganno e tortura psicologica è nella nostra storia di figli, figlie e genitori, sempre e senza scampo. La scelta di mettere un tavolo al centro come unico luogo d’incontro delle storie, e attorno ad esso – sui quattro lati – il pubblico seduto, compresi attrici e attori, vuole inchiodarci nel voyerismo ossessivo che il legame familiare continuamente impone. La convergenza di sguardi su quel tavolo, il rischio di incrociare quello di uno degli attori o di uno degli spettatori, irrigidisce la traiettoria del guardare, inizialmente. Ci fa ritrovare invece abbandonati a spiare poco dopo. Così da vicino assistiamo ad elementi di verosimiglianza realistica e altri fantasticamente assurdi che si alternano e confondono. La lacerazione emotiva si confonde col processo di deformazione o esplosione della parola, della visione, del sistema di segni attraverso la cui mediazione diamo senso al mondo. Caffettiera blumette in questione la sovranità del testo stesso e ribadisce invece quella dell’attore e dell’attrice.

Caffettiera blu e L’amore del cuore sono i due atti unici del testo Cuore Blu (1997) e si incentrano uno sull’attesa e l’altro sull’inganno. Il gioco formale è spinto all’estremo corteggiando il rischio di dissoluzione. Churchill ha detto esplicitamente che si tratta di “McGuffins”: elusivi “nulla”. Espedienti che al tempo stesso attraggono e sviano l’attenzione o, parafrasando Hitchtcock che ne parla a Truffaut, marchingegni per catturare leoni là dove non ne esistono. E dunque di cosa tratti Caffettiera blu è in qualche modo secondario, perché “l’intenzione principale era di distruggerla”, usando l’opera per smontare i meccanismi del teatro.

Con: Sylvia De Fanti, Mauro Milone, Laura Pizzirani, Alessandro Riceci, Federica Santoro, Giulia Weber, Aglaia Mora; Marco Cavalcoli, voce fuori campo

Traduzione: Laura Caretti e Margaret Rose

Costumi: Gianluca Falaschi

Luci: Giorgina Pi, Marco Guarrera

Suono: Valerio Vigliar, Michele Boreggi

Produzione: Bluemotion

Un pensiero riguardo “Caffettiera blu

  • venerdì 22 giugno 2018 in 13:03
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    Bellissimo spettacolo. Bravissime e bravissimi.

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