Del buonsenso, della sua mancanza e del divieto

Si prega di spegnere i telefoni cellulari… 

Va fatta una considerazione preliminare. I più attenti tra noi forse avranno rilevato una bizzarria molto italiana in materia di divieti. Riguarda i nostri avvisi pubblici. Nel Paese più ciarliero che io conosca, il divieto, per essere credibile, deve essere dialettico e minaccioso.

Da noi non si dice no smoking, defense de fumer, rauchen verboten. Il nostro divieto è una trattazione verbosa e dettagliata che ricomprende addirittura le fattispecie, le conseguenze dell’inosservanza, il riferimento all’articolo del Codice e persino alla persona deputata al controllo sanzionatorio. La ragione la conosciamo. Se qualcosa è “solo” vietato, qui in terra italica la percezione della prescrizione è bassissima e con essa l’osservanza.

Il capitolo interessante per noi è quello del telefono cellulare e del suo utilizzo in teatro durante lo spettacolo.

Premesso che se io fossi un operatore teatrale distribuirei agli spettatori, nel foyer, un questionario che li interroghi sulle ragioni, a loro modo di vedere, per le quali è vietato usarlo durante le rappresentazioni e poi lo raccoglierei per condurre un’analisi socio e psicologica da passare ad un qualche dipartimento universitario, vorrei condividere una semplicissima riflessione.

Che ne siamo coscienti o meno, quella che si instaura con gli attori durante una rappresentazione è una vera e propria relazione, anche se dura un’ora soltanto. Durante quel lasso di tempo è chiamata in causa la nostra capacità di immedesimazione, la capacità proiettiva, il senso dell’alterità. E’ vero che il lavoro altrui sembra sempre facile, ma la domanda è: se ci fossimo noi sul palco al posto dell’attore, ci piacerebbe vedere una via lattea luminosa in sala? Una platea che sembra il pannello di controllo luminoso dell’Apollo XIII? O ci darebbe noia? Non c’entrano i divieti, non c’entra l’ormai classico monito prima dell’inizio dello spettacolo: si prega di spegnere i telefoni cellulari. Che poi, tra l’altro, spegnere non vuol dire escludere la suoneria (dà molta noia anche lo schermo illuminato).

C’entra la nostra capacità di relazione con il prossimo, chiunque sia.

Così, per gioco, se il questionario lo compilassi io, avrebbe a grandi linee le seguenti domande:

  1. Perché sei qui in teatro?
  2. Spegnerai il telefono in sala?
  3. Conosci la differenza tra telefono spento e telefono muto?
  4. A tuo avviso, perché non basta semplicemente renderlo muto ma è proprio necessario spegnerlo?
  5. Dal punto di vista psichico, come descriveresti l’invincibile pulsione interna che ti spinge a violare il divieto?
  6. Analizza la tua esperienza durante la rappresentazione: cos’hanno Facebook, Twitter, Instagram, Whatsapp che lo spettacolo non è riuscito a darti?
  7. Hai mai fatto l’attore o comunque, per altre vie, conosci l’esperienza di stare su un palco di fronte ad un pubblico?
  8. Come descriveresti il tuo rapporto intellettuale e percettivo con gli attori sul palco?
  9. Sai dare una definizione di immedesimazione?
  10. Credi che le maschere dovrebbero diventare dei controllori e comminare sanzioni o allontanare dalla sala gli smartphone-dipendenti?

Sempre per gioco, prepareremo davvero un questionario. Sempre per gioco, commentate questo articolo condividendo la vostra esperienza e suggerendoci come predisporlo al meglio.

Direttore responsabile.

Laureato in filosofia all’Università statale di Milano, ha una predilezione per la teoretica e l’epistemologia. Ma gli piacciono anche Homer Simpson e Peter Griffin, i quali sono, com’è noto, due fini pensatori nonché grandi interpreti della vita, già professionisti nella disciplina della caduta in piedi.

Ha lavorato come formatore e consulente nell’ambito delle risorse umane. Se leggere libri fosse un’attività pagata, potrebbe vivere di rendita. La professione di editore era un antico sogno e i sogni prendono polvere se non si realizzano.

Federico Niola

Direttore responsabile. Laureato in filosofia all’Università statale di Milano, ha una predilezione per la teoretica e l’epistemologia. Ma gli piacciono anche Homer Simpson e Peter Griffin, i quali sono, com’è noto, due fini pensatori nonché grandi interpreti della vita, già professionisti nella disciplina della caduta in piedi. Ha lavorato come formatore e consulente nell’ambito delle risorse umane. Se leggere libri fosse un’attività pagata, potrebbe vivere di rendita. La professione di editore era un antico sogno e i sogni prendono polvere se non si realizzano.

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