Nella lavatrice del cuore di Maria Amelia Monti

Maria Amelia Monti, in scena questa sera e domani al Teatro Delfino
Terminata da pochissimo la tournée di Miss Marple: giochi di prestigio, spettacolo nel quale Maria Amelia Monti ha interpretato il personaggio inventato da Agatha Christie al quale Edoardo Erba si è ispirato per adattare questa commedia – che tornerà l’anno prossimo in Lombardia anche se non a Milano – Maria Amelia Monti ci diverte intanto ogni lunedì su YouTube con sketches diretti dal tenero figlio “social manager”. Se volete vederla di persona invece questa sera e domenica l’attrice sarà in scena al Teatro Delfino di Milano per riproporre La lavatrice del cuore, un altro fortunato testo di Edoardo Erba sul tema delle adozioni.

 

 

La lavatrice del cuore: perché la scelta di una lettura sul tema delle adozioni?

«Il Festival delle Lettere 2013 che si organizza a Milano aveva per tema lettere di genitori adottivi a figli adottati e viceversa. Dato che anche mio figlio, il più piccolo, è stato adottato hanno chiesto a me di selezionare una decina di lettere su circa 500. Impresa difficile: erano tutte molto toccanti, spregiudicate, prive di buonismi o moralismi di fondo, soprattutto quando i bambini immaginavano di scrivere alla madre che li aveva abbandonati. Facevo veramente fatica a leggerle, mi commuovevo. Sulla base di questa esperienza mio marito Edoardo ha pensato di scrivermi una specie di diario ispirato alla trafila che ci ha interessato per adottare nostro figlio, talmente complicata da risultare comica: ne è nato un reading che ha in parte a che fare con la nostra vicenda burocratica, alternato dagli interventi musicali di Federico Odling, a sottolineare l’intensità di alcuni momenti».

Maria Amelia Monti e Federico Odling in scena

A metà tra racconto autobiografico e testimonianze altrui: drammaturgicamente parlando, quanto c’è di Maria Amelia Monti nel testo?

«Io sono al servizio delle lettere interpretate come fossero poesie ma sono certamente intrecciate ad una trama biografica sebbene non mi riferisca mai esplicitamente a fatti personali. Continuo comunque a notare che quando ripropongo il percorso della mia famiglia molti si identificano. In principio credevo che potesse interessare solamente persone coinvolte nell’adozione invece queste sincere lettere d’amore toccano la ferita dell’abbandono, vulnerabilità di tutti, non esclusivamente chi è stato adottato».

Dalla tua esperienza esiste una diversa sensibilità nei confronti di un figlio naturale rispetto ad uno adottato?

«Non esiste assolutamente, né in meglio né in peggio. Adottare un figlio non è un gesto di bontà ma di fiducia nella vita. E avere fiducia nella vita può significare anche mettere al mondo un figlio: pur concependolo con un marito o un compagno che conosci, non puoi mai sapere a priori cosa possa capitarti. Credo poi in un destino sempre più grande di quello che possiamo immaginare: quando mio figlio mi chiede spiegazioni sull’abbandono della madre io gli rispondo che lui era destinato a me e che alla fine ci siamo trovati, anche se in maniera un po’ burrascosa. Non sono i figli che devono essere grati ai genitori che li hanno adottati ma i genitori adottivi a loro, perché gli hanno permesso di mettersi alla prova e crescere».

Si immagina spesso che sia un genitore che aiuta a crescere i figli invece sono i figli che aiutano a far crescere i genitori, obbligati a mettersi in discussione. Ogni esperienza con un figlio, adottato o no, è fondamentale.

I figli sono certamente importanti per crescere umanamente ma c’è anche chi decide di non averne.

«Si può essere felici anche senza figli, ognuno nella vita ha diversi obbiettivi e percorsi con altrettante sfumature che portano a maturare, per me è stato importante in questo senso».

Tra le tante c’è una lettera che ti ha toccato di più?

«La lettera di una signora adottata nel dopoguerra dalla sua maestra. Un pomeriggio questa maestra, che aveva anche un’altra figlia naturale, si trovava in un parco a mangiare un gelato con entrambe le bambine. Incontrarono un’amica della madre che, chiacchierando, chiese in maniera impertinente alla maestra: “E qual è la tua vera figlia?” E quella adottata abbassò gli occhi. La madre allora rispose: “Sai che non me lo ricordo proprio? Sono entrambe mie figlie”. Una risposta semplice ma assolutamente profonda che rende bene lo spirito dell’adozione».

Sei anche testimonial del CIAI (Centro Italiano Aiuti Infanzia). La questione delle adozioni oggi: cosa è migliorato rispetto agli ultimi anni e cosa ancora c’è da fare?

«Rispetto a quando Edoardo e io abbiamo fatto richiesta per l’adozione di nostro figlio non mi sono più direttamente aggiornata ma mi auguro che la trafila burocratica per adottare un bambino sia stata agevolata. Certe lungaggini scoraggiano molte coppie che alla fine desistono. Molti punti andrebbero ancora rivisti e migliorati, come la possibilità di adottare da parte dei single e delle coppie gay. Di buono invece sono venuta a sapere di tante associazioni fasulle incastrate, colpevoli di sottrarre i figli alle madri naturali a scopo di adozione: adottare un bambino che è stato portato via alla propria madre naturale è qualcosa che fa accapponare la pelle, una delle prime battaglie da combattere».

“La lavatrice del cuore” che dà il titolo allo spettacolo è la metafora usata da una mamma adottiva che parla con la propria figlia: «Quando tu ti senti triste, quando il peso nella pancia ti sembra insopportabile, tu vieni da me, apri l’oblò che c’è nel mio cuore, ci butti dentro tutte le cose brutte che ti rendono triste e non ti fanno stare bene, io poi le lavo, le centrifugo con tanto amore per te, e vedrai che dopo usciranno solo serenità e tranquillità.

C’è un pubblico privilegiato a cui vuoi fare arrivare questo messaggio?

«Spesso propongo questo reading quando sono invitata da associazioni competenti per incoraggiare i genitori che devono adottare. Tutti coloro che si sentono coinvolti si commuovono: è uno spettacolo molto emotivo ma anche semplice, magari anomalo ma sicuramente interessate. La tematica non è facile, si riflette e si ride ma senza cadere in luoghi comuni».

 

LA LAVATRICE DEL CUORE

di Edoardo Erba

con Maria Amelia Monti

Sabato 5 maggio 2018, ore 21:00

Domenica 6 maggio 2018, ore 16:00

 

Milano, 5 maggio 2018

© Luca Cecchelli

luca.cecchelli@foyertabloid.net

Laureato in Lettere Moderne all’Università statale di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato ai diversi aspetti del mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa e comunicazione.

Appassionato critico, indagatore socio-culturale, cinefilo, melomane e conoscitore di musica, specialmente rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.

Luca Cecchelli

Laureato in Lettere Moderne all’Università statale di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato ai diversi aspetti del mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa e comunicazione. Appassionato critico, indagatore socio-culturale, cinefilo, melomane e conoscitore di musica, specialmente rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.

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