“Palcoscenico” di Giuseppe Ajmone, 1984

Osservando l’immagine di copertina: Palcoscenico di Giuseppe Ajmone, olio su tela, 1984

Pollà tà deinà koudèn anthròpou deinòteron…”molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo…”

Le parole che il coro pronuncia nel primo stasimo dell’ Antigone sofoclea risuonano come un elogio all’ingegno umano, nello spazio scenico inventato ad arte dagli antichi Greci. Antigone è sola, il suo agire la condanna a morte, ma la sua vicenda la rende universale e imperitura e, grazie alla messa in scena, il suo dramma rivive ed è attuale.

Anche qui, nell’immagine di copertina, Palcoscenico (1984), di Giuseppe Ajmone, un maestro della pittura italiana della seconda metà del Novecento, campeggia una figura solitaria, una figura umana nella sua essenza, un corpo nudo su cui la luce di un riflettore fuori campo si posa, evidenzia le forme esaltandone la vitalità, accende i rossi che incorniciano il capo a cui le braccia si accostano… si toglie la maschera o la indossa? Nessun tratto caratterizza il volto, tutta l’attenzione converge sul corpo, strumento e simbolo dell’agire umano. “Dipingere la figura umana è un segno di grande civiltà […]” annota Ajmone a proposito del suo lavoro. In Palcoscenico non ci sono dettagli architettonici a definire lo spazio, il titolo è una suggestione, è un rimando al luogo, concreto e astratto insieme, dove l’attore, usando la sua fisicità, si adopera per rendere immortale un gesto, una parola, un’idea.

Ho il privilegio di aver osservato -fin da bambina- mio padre al lavoro. Nello studio l’atmosfera, in tutti i suoi aspetti, è un incanto e lo spazio, al tempo stesso isolato e a contatto con l’esterno, una sorta di tèmenos, un luogo consacrato all’agire quotidiano dove il tempo è scandito da movimenti sapienti, cadenzati come in un rituale. La tela è sul cavalletto –una pagina bianca- il pittore si avvicina per tracciare un segno, poi si allontana per cogliere la prospettiva, poi di nuovo si avvicina per un’altra pennellata, e ancora e ancora… “[…] la via si fa con l’andare. Con l’andare si fa la via […]” dice Machado, poeta tanto caro ad Ajmone. E pian piano la figura coccolata, accompagnata nel suo cammino, prende forma, è perfetta, autonoma, come avesse assorbito la vita dal suo creatore, vive ed è pronta ad assolvere al suo ruolo.

Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere il 15-5-1939 scrive “ La massima sventura è la solitudine. […] l’opera equivale alla preghiera, perché mette idealmente a contatto con chi ne usufruirà. Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri […]” e poi il 18/8/1950 “[…]. Non scriverò più”. Sono le ultime parole prima che un colpo di pistola ponesse fine al suo dramma esistenziale… il poeta non è più, ma la poesia non muore.

Lo schianto del sipario che crolla sul carro dei teatranti nell’edizione streheleriana de I giganti della montagna di Pirandello è tremendo, indimenticabile, sembra definitivo, ma la sera seguente si replica di nuovo e il palcoscenico è là ad accogliere l’attore che ridà vita al dramma.

Una vita si chiude, un pittore non dipinge più ma la sua creazione resiste, la sua opera è in noi.

Non omnis moriar: nelle parole di Orazio (Odi III, 30, 6) l’applauso al pittore, al poeta, all’attore.

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