“Renard” di Michele Spreafico

Osservando l’immagine di copertina: Michele Spreafico (1906-1983), “Renard”,  olio su tela.

 

Personam tragicam forte vulpes viderat:

“o quanta species,” inquit, “cerebrum non habet!”

Hoc illis dictum est quibus honorem et gloriam

Fortuna tribuit, sensum communem abstulit.

(Una volpe si intoppa in una maschera,

Figura!” esclama, “Ma ci manca il solido!”

L’ho con quelli cui sforna onori e titoli

La sorte, ma gli tolse il comprendonio.) (Traduzione di Manlio Faggella).

 

Una volpe si imbatte per caso in una maschera teatrale «com’è bella – dice – ma non ha cervello!». Il detto è per coloro a cui la sorte ha concesso fortuna e avvenenza a scapito dell’intelligenza.

 

Nel 1982 al Gran Teatro La Fenice di Venezia va in scena Renard, balletto burlesco e parti cantate in un atto, con musiche di Igor Stravinskj, per la regia di Marina Spreafico allora giovane ma talentosa regista formatasi alla scuola del grande Lecoq.

L’illustrazione posta in copertina di Foyer riproduce un piccolo olio su tela che Michele Spreafico, medico di professione, dotato di talento pittorico, ha dipinto per la figlia Marina, proprio in occasione della messa in scena di Renard. Costretto all’immobilità per un certo periodo da un incidente, da sempre acuto osservatore, incantato dal movimento e dalla vitalità di ciò che lo circondava, Michele Spreafico comincia a ritrarre la realtà e a dipingere dimostrando, nelle sue pregevoli opere, di aver ereditato anche la vena artistica già presente in famiglia.

Osserviamo l’immagine: che fa la nostra volpe? Non imita il comportamento del furbo animale, che secondo la tradizione di Fedro e prima ancora di Esopo, con atteggiamento sprezzante nei confronti di coloro che sono tutta forma e niente sostanza, getta via la maschera svilendola. Qui accade tutt’altro: il nostro animaletto, del tutto personificato nel costume e nelle movenze, non abbandona la maschera, ma, quasi cogliendone l’importanza e le potenzialità, la indossa e pare finga stupore per la trovata “ho una gran fama” sembra dire “anche nella letteratura sono già un esempio per gli uomini, ma se mi travesto, se mi “immaschero” posso combinarne di tutti i colori!”.

Sicuramente Michele Spreafico ha letto il testo che Stravinskj, ispirandosi a racconti russi, ha composto insieme alle musiche per il suo balletto burlesco, ma da critico osservatore ne stravolge il finale: ecco lo scarto rispetto alla norma, lo straniamento che genera poesia, base dell’arte. La coda della volpe è un tripudio di colori, non la solita, monocroma, sembrerebbe proprio composta con le penne del gallo spennato, quel gallo che, insieme al gatto e al caprone, voleva farle la festa. Qui la volpe non soccombe, nella nostra immagine è viva e vitale, è chiaramente sfuggita al complotto della trama stravinskjana e con le sue movenze trasmette anche a noi vitalità ed energia. Da sotto la maschera esprime curiosità. Fa schermo all’orecchio come per cogliere voci e suoni lontani, e già, con agili movenze, si incammina a seguirli.

E’ un invito per noi: andiamo a teatro, tutti insieme! Sarà uno spasso!

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