Dal CETEC all’Opera Liquida di Ivana Trettel

Teatro e carcere a Milano: la prassi attorale in carcere oggi tra attività formativa e storia del teatro civile italiano

L’attività teatrale nelle carceri, un tempo relegata a forma rieducativa di stampo laboratoriale, ha assunto negli ultimi anni, attraverso varie influenze da parte di registi, attori e studiosi, una precisa identità artistica, diventando a tutti gli effetti una nuova sezione indipendente del teatro civile. Nel milanese sono almeno due le realtà che oggi, in contrasto a quanti ancora ritengono che il teatro in carcere sia un’utopia, alimentano questa produzione con costante lavoro di ricerca: il CETEC di Donatella Massimilla e l’Opera Liquida di Ivana Trettel.

Donatella Massimilla

Il CETEC (Centro Europeo Teatro e Carcere) è una cooperativa sociale nata dall’esperienza di Donatella Massimilla ed il cui obiettivo prioritario, oltre alla formazione, è il coinvolgimento di soggetti disagiati. «Abbiamo scelto di lavorare in carcere venti anni fa, prima con donne, poi con uomini e per due anni anche con i ragazzi reclusi», spiega la Massimilla; «abbiamo intrecciato le prime partiture da improvvisazioni giocate con le maschere, ascoltato canzoni, poesie e storie. Parole e storie che venivano immediatamente comprese ed amplificate in quel luogo-non luogo che è il carcere». A partire dal vissuto di attori di provenienza e formazione eterogenea, detenuti ed ex detenuti, in questi anni la Massimilla, collaborando con realtà internazionali e ospitando spettacoli dai “teatri delle diversità” di altri paesi, ha realizzato una produzione teatrale esclusivamente caratterizzata da storie di marginalità ed esclusione, elaborate dal lavoro svolto non solo con soggetti incontrati nelle carceri ma anche negli istituti psichiatrici, nelle aziende ospedaliere, nelle comunità di migranti, a contatto con minori a rischio, donne abusate o diversamente abili: ne è nata una serie di drammaturgie, il cui fil rouge è la necessità del racconto di sé, nel tentativo di un’integrazione. L’ultima produzione, dal titolo San Vittore Globe Theatre – Atto II: Le Tempeste, spettacolo al femminile dedicato a Shakespeare e risultato del laboratorio di auto drammaturgia Dentro/Fuori San Vittore condotto dalla stessa Massimilla, andrà in scena il prossimo mercoledì 4 ottobre al Teatro Studio Melato.

L’ammirevole attività socio-teatrale di Opera Liquida invece ci è stata raccontata dalla viva voce della regista della Compagnia, Ivana Trettel che dal 2009 lavora con i detenuti nella Casa di Reclusione Milano Opera.

Foyer: Dal nome della Compagnia risuona il riferimento alla società liquida descritta dal sociologo Zygmunt Bauman. É corretto il riferimento, Ivana?

Ivana: «Lo è, anche se in senso oppositivo. La società di Bauman è liquida in quanto sfugge ai tentativi di concretizzazione dei propri elementi. Opera invece è un tentativo di solidificazione, condotto proprio nel luogo di sottrazione per eccellenza, il carcere. É un tentativo di restituzione, di opposizione all’isolamento»

Foyer: Come nasce il progetto?

Ivana: «Inizialmente non fu nemmeno un progetto. Era un’istanza che nasceva dalla mia esperienza formativa al DAMS di Bologna, come allieva di Claudio Meldolesi. É’ nata da una passione, tutto qui. Ed oggi mi dà qualche soddisfazione, per fortuna. Io faccio il lavoro che vorrei fare ed è un privilegio».

Foyer: Perché in carcere?

Ivana: «Con una battuta, direi che così ho il teatro e gli attori gratis! (Ride) Seriamente, creare drammaturgie e spettacoli con i reclusi ha a che fare con l’urgenza mia e loro di trasmettere pensieri attraverso la creazione artistica – molti continuano anche una volta scarcerati e questo ci ha chiamati a creare il progetto Stai all’occhio che non avevamo inizialmente previsto. Insegniamo a chi lavora con noi a proteggersi utilizzando l’arte dello scrivere».

Foyer: Proteggersi da cosa? Ed in che senso farlo attraverso la scrittura ed il teatro?

Ivana: «Anzitutto scrivere è portarsi davanti allo specchio. E farlo senza umiliarsi, mettendo in gioco emotività, sentimento, esperienze ed i propri segni ma in modo rappresentativo. Ovvero, la scrittura ed il teatro parlano dell’umano sentire ed agire, non delle esperienze personali. Dal particolare al generale, potremmo dire. In fondo, l’attore lavora con questo materiale e questa traslazione. Ricordo un recluso al quale, durante le prime fasi del suo avvicinamento alla Compagnia, dovetti insegnare proprio a tenere la testa alta, a guardare negli occhi l’interlocutore quando si parla. Stiamo quindi parlando anche di dignità, di autostima, di riconoscersi capaci di creare qualcosa che merita di essere visto anche da occhi che non vivono in carcere».

Ivana Trettel

Foyer: Parliamo di riabilitazione?

Ivana: «Lo speriamo, ma la riabilitazione può essere una conseguenza, non l’obiettivo centrale. Premesso che io non faccio teatro terapeutico, il fatto è che il detenuto è un soggetto fragile che, se sovraesposto, esplode. Non si pensa mai ad un detenuto come ad una persona fragile, ma come ad un criminale. Però, quando fermi una persona, perché il carcere ti ferma, sospendi anche il suo tempo. Generalmente il detenuto ti parla del prima e del dopo, cosa ho fatto e cosa farò quando sarò fuori. Ecco, il teatro forse lo aiuta ad entrare nel tempo presente, a renderlo vivo, malleabile, creativo. Io vedo i detenuti sei ore alla settimana, un tempo enorme; ma il mio mestiere non è quello della psicologa e nemmeno dell’educatrice. Io faccio teatro ed in teatro accadono, o non accadono, cambiamenti personali. Il teatro in carcere non è una forma di strumentalizzazione in vista di scopi che trascendono la creazione teatrale stessa ed in questo senso ha poco a che vedere con la condizione di carcerato di chi fa parte della compagnia».

Foyer: Niente guanti bianchi o trattamenti di favore, dunque. Siete esigenti? E rispetto a cosa lo siete?

Ivana: «Si, molto esigenti. Qui non facciamo quella che potremmo definire “infantilizzazione del detenuto”, il quale, vivendo in un tempo sospeso, adotta ritmi, compiti e responsabilità non stabilite da lui. Qui ognuno sceglie come impiegare il proprio tempo. Qualcuno mi dice, a volte: oggi non ho testa. Gli rispondo: fa niente, vieni lo stesso e porta quello che hai. Perché qui sei un attore e sei responsabile. Io stessa vengo anche quando ho mal di testa o semplicemente non ne ho voglia».

Foyer: Di che natura è il vostro rapporto con i detenuti?

Ivana: «Lo riassumo così: io lavoro con i criteri della colleganza e dell’assenza di giudizio. Colleganza che significa: siamo alla pari, fate quello che dico io solo perché sono la regista, non perché c’è gerarchia. È un mero fatto di ruoli, non un rapporto verticale».

Foyer: Cosa c’è in programma?

«Lo scorso 24 giugno è stata inaugurata la 6° edizione del festival Prova a sollevarti dal suolo, dislocato tra il Teatro Casa di reclusione Milano Opera e lo spazio IN Opera Liquida al Parco Idroscalo; il festival continuerà ancora per il mese di ottobre».

Ringraziamo Ivana le cui parole ci suggeriscono, in chiusura, una riflessione. Il teatro, paradossalmente sospendendoci per un attimo dalla realtà, ci permette di rileggerla più lucidamente: un’esperienza valida non solo per gli spettatori ma, soprattutto in questo caso, per quei particolari attori che, vivendo nuovi ruoli, hanno l’occasione di riscattarsi creativamente e proprio a partire da quella negatività che li aveva condannati.

 © Luca Cecchelli

Tratto da Foyer (ottobre, novembre, dicembre 2017)

Laureato in Lettere Moderne all’Università statale di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato ai diversi aspetti del mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa e comunicazione.

Appassionato critico, indagatore socio-culturale, cinefilo, melomane e conoscitore di musica, specialmente rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.

Luca Cecchelli

Laureato in Lettere Moderne all’Università statale di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato ai diversi aspetti del mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa e comunicazione. Appassionato critico, indagatore socio-culturale, cinefilo, melomane e conoscitore di musica, specialmente rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.

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