“Persona” di Enzo Maio, 2000

Osservando l’immagine di copertina

Persona, 2000 – tecnica mista su carta di Enzo Maio

Enzo Maio è nato a Carpignano Sesia (No) nel 1953 . Vive e lavora a Ghislarengo nel Vercellese e in Francia ad Antibes. Risale al 1979 l’incontro artistico, ma anche culturale ed umano con Giuseppe Ajmone, incontro che risulterà determinante per la sua formazione. Negli ultimi lavori la lunga e costante ricerca di Enzo Maio sembra approdare ad un “naturalismo esistenziale” (Riccardo Barletta). E’ pittore ma anche grafico e abile incisore, che “armato semplicemente di carte, inchiostri, e impasti vari, nel suo camminare in un bosco o comunque a contatto con la natura sa trarre da uno scorcio o da un semplice motivo l’elemento ispiratore della sua arte. L’emozione che produce in noi questa pittura è soprattutto quella di cogliervi una moderna realtà paesaggistica, dove natura e tecnica si mescolano e si sovrappongono: l’una svapora nell’altra come se si corrispondessero e riemergessero volta a volta da un sonno beato”. (Rossana Bossaglia).

Persona

Mi piace pensare che l’immagine di questa Persona (dal latino personare, cioè risuonare/far risuonare attraverso l’uso della maschera) possa essere il bozzetto per un personaggio teatrale. L’autore non ci fornisce indicazioni: vuole forse chiamarci in causa e attendere un’interpretazione soddisfacente? Può essere. Non so quale percorso privilegi ciascun artista nell’intitolazione delle sue opere. A me piace pensare che la persona, a questo punto divenuta personaggio, sia un Edipo che si muove tra… non c’è sfondo, ma è il bosco, sacro, di Colono (secondo la tragedia sofoclea messa in scena nel 401 a.C.) in cui l’eroe porta con sé tutta la sua esperienza di dolore. Il passo è potente, deciso, la robustezza delle fattezze indubbia, scultorea, ma il dolore grava sulle spalle, rende informe il capo, cieco nello sguardo secondo il mito. Ma è mito o siamo noi? Come sempre in teatro, sul palcoscenico si svolge la vita reale degli uomini, dell’Uomo. E’ ciascuno di noi quella persona. Dal supporto, la carta, complice la tecnica mista e l’uso del colore in cui luminescenze d’argento si fondono ai rossi e ai bruni, la figura emerge in un tuttotondo potente che richiama la consistenza di un elemento vivo; l’incedere è sorvegliato, studiato come su un palcoscenico deve essere. La potenza del busto e del capo è come imbrigliata, come fasciata da un’ipotesi di costume teatrale che sottolinea l’angoscia, che attanaglia, che identifica, in una sorta di metamorfosi, la ricerca di un legame con la natura, con la foresta che non si vede, ma entro la quale ciascuno di noi quotidianamente si aggira, troppo spesso senza vedere ci ci cammina accanto, con lo sguardo rivolto al cielo come ne Les Aveugles di Baudelaire.

 

I Ciechi

Contemplali, anima mia; sono così spaventosi!

Sembrano manichini; vagamente ridicoli;

Terribili, singolari come i sonnambuli;

Chissà dove dardeggiano quei globi tenebrosi.

 

I loro occhi, in cui s’è spenta la scintilla divina,

Come se guardassero lontano, restano alzati

Al cielo; non li si vede mai guardare i selciati

E abbassare pensosi la testa appesantita.

 

Così il nero sconfinato vanno traversando,

Fratello del silenzio eterno. E quando,

O città! Tu canti, ridi e intorno imprechi,

 

Atrocemente presa dal piacere, guarda! Anch’io

Mi trascino! Ma, più ebete di loro dico:

Cosa mai cercano in Cielo, tutti questi ciechi?

Traduzione di Federica Locatelli, 2017, ed. Lemma Press – Arsenale

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