Ferruccio Soleri – Applausi

L’uomo ha nel corpo un costume

d’Arlecchino: la sua anima.

Xavier Forneret

 

In tutta la storia del teatro moderno, nessun attore ha interpretato la stessa parte più a lungo di Ferruccio Soleri. Come ha avuto modo di dichiarare lui stesso, forse se avesse dovuto, per tutti questi anni, dare vita a qualunque altro tipo di maschera o ad un personaggio dotato di una psicologia più complessa, come minimo si sarebbe stufato, probabilmente avrebbe anche corso il rischio di impazzire, perdendosi nei mille rivoli di una psicologia come quella, per esempio, di Amleto. Con Arlecchino invece la relazione è stata molto più semplice.

Una maschera “ingenua, fresca, lampante come un bambino” che ti contagia con la sua straripante vitalità sospinta da desideri semplici che in fin dei conti si riducono al continuo bisogno di cibo. Certo, oltre all’aspetto della tenuta mentale, ha sempre fatto specie la straordinario atletismo di Soleri, quel suo imporsi una disciplina fisica che ancora oggi gli permette di dare vita ai giochi acrobatici che Arlecchino compie in scena e che sono una componente fondamentale di Arlecchino servitore di due padroni sin dai tempi della sua prima edizione, quella del 1947 interpretata da Marcello Moretti, il primo a decidere che sarebbe stato proprio Soleri a sostituirlo in quella parte. L’avventura di Soleri con la sua maschera, che ormai ha assunto contorni quasi epici (nel 2010 Soleri è anche entrato nel Guinness dei primati per la performance più lunga della storia del teatro) comincia nel 1959, quando Strehler e Moretti gli comunicano l’intenzione di provarlo come Arlecchino in alcune repliche dello spettacolo. Destino vuole che la sua prima apparizione con la maschera di Arlecchino avvenga davanti al pubblico di Broadway, nel 1960. Solo in seguito alla morte di Marcello Moretti, nel 1963, il ruolo diventa suo a titolo esclusivo, o quasi.

Negli ultimi anni, nelle poche interviste rilasciate, Soleri ha dovuto rispondere alla domanda insistita su quando pensi di smettere, considerata l’età e la fatica che l’interpretazione di una maschera così vivace richiede. Senza lasciar trasparire alcuna amarezza, ma con la tenerezza tipica di chi parla di qualcuno di amato e al quale ha dedicato tutta la sua vita, il grande attore dichiara che continuerà fino a quando il corpo glielo consentirà. Senza retorica e senza falsa modestia, semplice e chiaro. Come il suo Arlecchino.

D’altronde lo spettacolo teatrale più visto degli ultimi settant’anni in quasi tutti i paesi del mondo, nonché protagonista della diffusione della tradizione della Commedia dell’Arte italiana e il nome del Piccolo teatro di Milano, non può certo terminare. Benché tutti ci auguriamo che Soleri possa interpretare ancora a lungo il servo più divertente del teatro recente, egli è consapevole che il tempo passa per tutti; da molti anni ha ormai individuato chi avrà il compito di portare avanti il ruolo che fu prima di Marcello Moretti. Gli amanti di Arlecchino servitore di due padroni lo conoscono già. Sto parlando di Enrico Bonavera, colui che dal prossimo anno, a sere alterne con Soleri, indosserà la maschera modellata dal grande Amleto Sartori. Da una interessante e divertente chiacchierata avuta con l’attore genovese emerge con estrema forza la peculiarità di un rapporto che se ha raggiunto una certa intimità lo deve esclusivamente all’esercizio quotidiano del mestiere teatrale. Racconta Bonavera che la sua formazione come Arlecchino avviene prima di tutto dall’osservazione dei movimenti in scena di Soleri; da dietro le quinte, come avveniva in origine nelle compagnie dei comici dell’arte. Una sorta di “allievo di bottega, scritturato dal maestro perché aveva bisogno di me, non perché gli interessasse insegnarmi qualcosa”. Dagli anni di formazione nel cosiddetto Terzo Teatro, seguendo gli insegnamenti di Jerzy Grotowsky e soprattutto di Eugenio Barba, Bonavera dichiara di avere ereditato un estremo rispetto del ruolo del “maestro”. Per questo quando nel 1987 lesse in un’intervista rilasciata da Soleri una dichiarazione in cui affermava di aver trovato proprio in lui il sostituto ideale per la parte di Arlecchino, lo stupore fu enorme, oltre all’orgoglio per essere stato “anche solo nominato” da lui.

“Da Soleri ho imparato il lavoro metodico, l’estremo rispetto per il mestiere e per il pubblico. E tutto questo solo con la sua presenza, con il suo modo di fare e di agire.” Ad oggi, Bonavera ha già interpretato Arlecchino 230 volte, ma non ha mai avuto indicazioni su come interpretarlo che non venissero da Soleri stesso. “Ferruccio è diventato una sorta di manuale vivente del pensiero di Strehler sull’Arlecchino e la Commedia dell’Arte stessa. Per questo, se Soleri si ferma, il danno sarà enorme”. Tra i numerosi aneddoti raccolti in questi trent’anni di frequentazione con Soleri, ce n’è uno che descrive perfettamente il carattere dell’attore di Arlecchino. “Intanto”, ricorda Bonavera, “quando ho iniziato a sostituirlo, lui si metteva in platea con indosso sempre un maglione bianco, per mettermi pressione.

Come se non bastassero il fatto di recitare al Piccolo e il fantasma di Strehler, onnipresente.

Io non andavo mai a chiedergli se ero andato bene, lui non diceva niente, come al solito. Arriva il giorno del mio debutto internazionale, a Parigi al teatro degli Champs-Élysées. Io interpreto Arlecchino nella pomeridiana, Ferruccio nella serale. Lo spettacolo va molto bene, il pubblico sembra contento. Corro a cambiarmi aspettandomi che Ferruccio venga a dirmi qualcosa sulla mia performance. Ma invece niente. Quella sera, dietro le quinte, come di consueto io e Ferruccio ci scaldiamo, lui nei panni di Arlecchino e io di Brighella. Poi, come di consueto, lui si rilassa sulla sdraio che ancora tiene in quinta per riposarsi tra una scena e l’altra. Io faccio finta di niente, come se non pensassi allo spettacolo di quel pomeriggio. In quel momento mi sento tirare per la maglia. Mi giro e lo vedo steso in quel modo, che mi guarda e…alza il pollice. Questo è stato il più grande complimento che mi abbia mai fatto”.

Non ci resta che augurare un buon settantesimo compleanno all’Arlecchino servitore di due padroni e al Piccolo Teatro di Milano, indirizzando ancora una volta i nostri applausi al suo eterno interprete.

Diplomato in regia all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo grassi di Milano nel 2008, laureato in Scienze dello Spettacolo all’Università Statale di Milano con una tesi sulla pedagogia teatrale di Louis Jouvet. Ha sviluppato le sue ricerche sulla figura artistica dell’attore e regista francese durante una residenza al Conservatoire d’Art Dramatique di Parigi, dove Jouvet ha svolto la sua attività pedagogica.

Oltre all’attività registica e attoriale, insegna stabilmente presso Mohole, scuola di linguaggi creativi a Milano.

Ivan Taverniti

Diplomato in regia all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo grassi di Milano nel 2008, laureato in Scienze dello Spettacolo all’Università Statale di Milano con una tesi sulla pedagogia teatrale di Louis Jouvet. Ha sviluppato le sue ricerche sulla figura artistica dell’attore e regista francese durante una residenza al Conservatoire d’Art Dramatique di Parigi, dove Jouvet ha svolto la sua attività pedagogica. Oltre all’attività registica e attoriale, insegna stabilmente presso Mohole, scuola di linguaggi creativi a Milano.

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