Cala il sipario sull’Atir Ringhiera?

Tempo di nuove stagioni per i teatri, di una nuova vita per la sala diretta da Serena Sinigaglia: ancora dubbi sul destino del teatro di via Boifava 17

Serena Sinigaglia © Rita Cigolini 2017

«I primi di aprile abbiamo ricevuto una comunicazione dall’assessorato alla cultura: gravi riscontri dagli uffici tecnici riguardo la nostra sede, tali da non dare l’assenso per proseguire la prossima stagione», così ha spiegato Serena Sinigaglia. «Dato lo stato degradante in cui verte la struttura, non sarà possibile mettere nuovamente a bando lo spazio dal 3 ottobre, quando scadrà il contratto».

L’edificio di via Boifava è in stato di degrado, «non al punto da rappresentare un pericolo pubblico, ma sufficiente per avviare una pratica di sgombero per Atir che occupa il 60% dello spazio interno. Con scadenza del nostro contratto intendono prima “sistemare” noi e darsi tempo per capire se poter ristrutturare mantenendo le altre due realtà che convivono nella palazzina, l’anagrafe e Musicopoli». E pensare che, aggiunge la Sinigaglia, «già da tempo chiedevamo la perizia di tecnici, considerata anche la situazione esterna della piazza, non certo con l’obbiettivo di una chiusura ma in vista di una serie di lavori, approfittando anche dell’occasione per trattare le condizioni del nuovo contratto. Da quando abbiamo ottenuto in concessione lo spazio nel 2007, abbiamo avuto spese annuali impegnative e approfittando del rinnovo avremmo pensato di ritrattare, ragionando parallelamente sui lavori di ristrutturazione». Una richiesta avanzata già sotto l’amministrazione Pisapia che la accolse avviando pratiche poi impaludatesi in una lentissima macchina burocratica: «Il problema è che, in balìa di una trafila infinita senza un reale referente, pur avendo avuto un formale appoggio politico, non è stato possibile portare avanti le nostre richieste».

Ad oggi comunque non ci sono ancora risposte dalle relazioni degli uffici tecnici pertanto la prospettiva più plausibile per Atir continua ad essere quella di sgombero. L’estromissione di Atir avrebbe due conseguenze negative. Una per Atir chiaramente: «Abbiamo investito le nostre energie, vite e risorse godendo di dieci anni di stanzialità radunando una grande comunità. Data la nostra età francamente tornare sulla strada sarebbe un po’ amareggiante». L’altra conseguenza negativa sarebbe sicuramente per il quartiere che perderebbe un presidio culturale: «Prima che arrivassimo noi per questa piazza non ci passavano nemmeno gli abitanti, era ritrovo di drogati e microcriminalità e la sera un coprifuoco: la chiamavo ‘The Dead Zone’. Noi abbiamo avuto l’orgoglio di creare un luogo di vita e aggregazione per il quartiere. Anche per questo è fondamentale che ci venga garantito almeno un altro punto d’appoggio in zona, dove si possa radunare materiale tecnico, avere un ufficio operativo e una piccola sala prove, in modo che tutta l’attività sociale, con i suoi centinaia di partecipanti, possa continuare. Allontanandoci daremmo un dolore reale a tutta la nostra comunità che si vedrebbe di colpo sradicata da questo posto, dagli spettatori ai partecipanti dei nostri corsi, a tutte le cooperative sociali coinvolte, comprese le collaborazioni con Naba e Brera. Al momento abbiamo chiesto al Salone Dini se desidera essere coinvolto per i saggi e i laboratori: faremo di tutto per essere ancora presenti».

Anche il quartiere e la comunità stanno comunque reagendo: «Abbiamo la solidarietà di molti che autonomamente stanno organizzando petizioni o scrivendo lettere al sindaco Sala. É assolutamente necessario che i politici diano una proiezione relativa all’inizio e la fine dei lavori, compreso l’impegno alla destinazione d’uso: sono risposte che esigerebbe chiunque. Se il messaggio continuerà ad essere solo “portatevi in salvo” ed entro il 3 ottobre non ci avranno comunicato nulla mi vedrò costretta a sollevare una battaglia pubblica accusandoli di una volontaria non chiarezza».

L’entrata del Teatro Atir Ringhiera

Per la stagione successiva, intanto, la prima necessità è stata metter in salvo la compagnia: «Siamo finanziati come compagnia e tenuti a rendere al ministero circa 110 repliche l’anno. Avevamo preventivato circa il 50% di nostri borderò in teatro, che se dovessero saltare creerebbe un altro problema. Il mio cruccio è stato quello di chieder ospitalità ai teatri milanesi, riscontrando, devo dire, grande solidarietà: la prossima stagione saremo presenti al Filodrammatici, all’Elfo Puccini, al Franco Parenti, al Carcano e al Piccolo, per citarne alcuni, preservando il contributo del MIBAC. È prevista in particolare una parte di stagione al Verdi, la sintesi più importante delle nostre ospitalità: i due debutti Essere bugiardo, vincitore del Premio Tondelli 2015 e il nuovo testo di Scarpinato, più un festival tematico. Questo da un lato ha rappresentato anche un’occasione per ripensare il nostro sito che diventerà uno strumento fondamentale per seguire la nostra stagione, una sorta di “Teatro Ringhiera Fuori Salone”. Presenterò comunque regolarmente una conferenza stampa in modo che sia tutto chiaro al pubblico.

Questo è uno dei problemi di non avere una sede nonostante i finanziamenti, ma quello che comporta soprattutto perdere la sala sarebbe ricadere nell’articolo multidisciplinarietà che prevede una programmazione annuale che ci impicca, oltre alla lentezza con la quale verrebbero erogati i contributi in questo caso. In mancanza di una sede sicura lotteremo per mantenere questa». Tra le proposte ventilate dal Comune ci sarebbe l’insediamento nel Teatro della Quattordicesima che potrebbe essere una soluzione interessante «ma in quel caso vorremmo anche un upgrade. Potrebbe avere senso cioè solo se potessimo godere di più finanziamenti o di una sala attrezzata in modo da poter realizzare certi tipi di spettacoli e ospitare artisti di richiamo. Ma spostarsi alla Quattordicesima per avere la stessa situazione che abbiamo qui sarebbe solo masochista».

Suggeriamo la possibilità di appoggiarsi ad uno sponsor ma la Sinigallia ribatte che «verrebbe a mancare quell’identità da presidio sociale nazional popolare che il sito possiede. Questa piazza, alla quale abbiamo persino contribuito a dare un nome che non aveva, piazza Fabio Chiesa, è una lavagna aperta sul nulla, uno spazio unico da avere persino al centro di una città. É un microcosmo artistico che architettonicamente, paesaggisticamente e urbanisticamente rappresenta uno sfogo di cui la metropoli ha bisogno e che bisogna difendere. Questa struttura ha un enorme potenziale per diventare un’altra meravigliosa cittadella della cultura, intrigante come West End a Londra. Anzi, il mio sogno sarebbe che diventasse come la Cartoucherie della Mnouchkine».

Per settembre sono comunque previste una serie di serate per l’arrivederci del Ringhiera. Noi però, dopo aver sentito l’animo grintoso della Sinigallia, come uno di quei protagonisti di I love radio rock, non crediamo che sia tutto perduto e vogliamo chiudere ottimisticamente con uno “state tranquilli”. Intanto state tranquilli sull’attività di Atir che sicuramente sarà ancora presente in città la prossima stagione. E speriamo che questo appello, oltre che legittimamente dalle istituzioni, venga significativamente sostenuto anche dai cittadini, che lottino perché Atir resista, non solo per avallare il diritto di esistere artisticamente ma soprattutto per ribadire una volta di più, in senso lato, il diritto del sistema teatrale di sopravvivere.

© Luca Cecchelli

Articolo tratto da Foyer (luglio, agosto, settembre 2017)

Laureato in Lettere Moderne all’Università statale di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato ai diversi aspetti del mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa e comunicazione.

Appassionato critico, indagatore socio-culturale, cinefilo, melomane e conoscitore di musica, specialmente rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.

Luca Cecchelli

Laureato in Lettere Moderne all’Università statale di Milano con una tesi in linguistica italiana e da sempre interessato ai diversi aspetti del mondo dello spettacolo, scrive per diverse testate e rubriche di teatro e musica, parallelamente all’attività di ufficio stampa e comunicazione. Appassionato critico, indagatore socio-culturale, cinefilo, melomane e conoscitore di musica, specialmente rock, è assiduo frequentatore di sale e concerti oltreché batterista per passione presso alcune formazioni.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: