Gli ottantotto tasti

e sono sufficienti, perché sei tu ad essere infinito

Confesso che nel 1997 non sapevo quasi nulla di Eugenio Allegri. Quindi, per me, il fatto che fosse stata scritta una pièce per lui (e per Gabriele Vacis), doveva certamente avere un senso che allora ignoravo.
In questi vent’anni credo di avere letto Novecento almeno due dozzine di volte.

In culo la monotonia.
Non ho mai capito chiaramente cosa mi attiri tanto di quel testo, cosa mi evochi, quali corde interne faccia risuonare. Credo che mi avvinca la sua sostanziale indeterminatezza, quella che almeno a me pare di vederci dentro. Ci sono scritture che ti accompagnano in un luogo, verso circostanze precise che non decidi tu; un viaggio alla scoperta del senso predeterminato dall’autore. E’ come se da qualche parte vi fosse una tesi verso la quale i personaggi ti accompagnano inesorabilmente. Sono quelli che, in genere, mi piacciono di meno. Anche Baricco avrebbe potuto farlo, dirci, ad esempio, che Novecento è una sorta di filosofo esistenzialista estremo responsabile di una scelta precisa, oppure una sorta di oppositore incallito sul proprio rifiuto della vacuità delle cose del mondo, oppure un disgraziato vinto da ansia e attacchi di panico al quale manca semplicemente la forza di scendere dal Virginian, o chissà che altro.
Poi ci sono testi che più di altri ti lasciano la libertà di scegliere, di dare il senso che preferisci, magari un po’ mutato ogni volta che li rileggi. Mi pare questo il caso.

E dunque, dell’interpretazione di Allegri dirò ciò che ci ho visto io, con i miei occhi che da vent’anni aspettavano di vederlo in scena. Una presenza meravigliosa che non ha perso per strada nemmeno un pezzo per quasi due ore. Ore di sudore ed impegno intenso. Sono sicuro che Allegri, con quel fare che a tratti mi pareva quasi un po’ clownesco, credeva ad ogni singola parola che pronunciava. Ed io con lui. Parole che sono un unicum con la musica, che diventavano esse stesse musica in certi momenti. E’ credibile anche che questa interpretazione non dimentichi le variazioni di tono emotivo. In effetti, non puoi fronteggiare Jelly Roll Morton con lo stesso umore di quando parli con il sedere poggiato su una cassa di dinamite. Se lo fai, non sei credibile ed a mio avviso Allegri, Diana e Tarasco hanno indovinato anche qui.
Sulla scena, il piccolo pianoforte sospeso e la valigia ci richiamano a tenere a mente che ogni cosa è sospesa, passeggera e che il tempo è un inganno. Chissà se è questa percezione sottesa alla pièce a giustificare la sete di vita e di conoscenza di Novecento: i tasti sono ottantotto, tu sei infinito. Questa metafora musicale è una circostanza che con un po’ di fantasia è possibile concretizzare, dandosi la possibilità di vivere attraverso la propria vita ed anche attraverso quella di ogni altra persona.
Sono uscito dal teatro con la faccia di uno che l’aveva fatto lui, il monologo. Mi ha alleggerito i pensieri la sensazione che le scelte sono sempre personali e che, in fondo, quasi a nessuno siamo tenuti a rendere conto. Anche Allegri, bravissimo ed intenso, avrebbe potuto usare tonalità diverse. Calato nel corpo e nella vita di Tim Tooney, a cui nella vita fregava solo di suonare la tromba, ha scelto di emozionarsi, divertirsi, commuoversi, empatizzare profondamente con l’amico di una vita senza giudicarlo mai. Nemmeno nel gesto estremo.
A me piace particolarmente la sospensione del giudizio. Mi convince perché mi pone nella dimensione cognitiva della curiosità, delle possibilità aperte. Non lo sai quando cade un quadro e nemmeno sai il perché. Però ci puoi fare sopra una riflessione e puoi portarla in scena dandole concretezza. Fran! Bella la sensazione di attesa sospesa nella quale ci conduce Allegri mentre attende con noi che cada il quadro. Come se volesse concederci il tempo di realizzare che quell’evento sarà discriminante, la linea di demarcazione tra il passato ed il futuro, tra la musica più bella che l’oceano abbia mai sentito e la fine di un’epoca.
Il giorno successivo allo spettacolo ho letto il libro un’ennesima volta, ma questo non c’entra.
Comunque, al teatro Filodrammatici di Milano fino al 2 aprile.

Direttore responsabile.

Laureato in filosofia all’Università statale di Milano, ha una predilezione per la teoretica e l’epistemologia. Ma gli piacciono anche Homer Simpson e Peter Griffin, i quali sono, com’è noto, due fini pensatori nonché grandi interpreti della vita, già professionisti nella disciplina della caduta in piedi.

Ha lavorato come formatore e consulente nell’ambito delle risorse umane. Se leggere libri fosse un’attività pagata, potrebbe vivere di rendita. La professione di editore era un antico sogno e i sogni prendono polvere se non si realizzano.

Federico Niola

Direttore responsabile. Laureato in filosofia all’Università statale di Milano, ha una predilezione per la teoretica e l’epistemologia. Ma gli piacciono anche Homer Simpson e Peter Griffin, i quali sono, com’è noto, due fini pensatori nonché grandi interpreti della vita, già professionisti nella disciplina della caduta in piedi. Ha lavorato come formatore e consulente nell’ambito delle risorse umane. Se leggere libri fosse un’attività pagata, potrebbe vivere di rendita. La professione di editore era un antico sogno e i sogni prendono polvere se non si realizzano.

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