Dario Fo – Applausi

Dal 24 maggio al 13 giugno, la Mi Art Gallery a Milano ha ospitato la mostra “Razza di Zingaro”, una raccolta di opere pittoriche di Dario Fo, di cui i lettori di Foyer possono apprezzare un esemplare in prima pagina e una versione ridotta in testa a questo articolo. Tutte le opere esposte sono il frutto di un lavoro creativo che ha inizio con la pubblicazione, quest’anno per la casa editrice Chiarelettere, del romanzo omonimo, “Razza di zingaro” appunto, che Fo ha scritto per ricordare la vicenda del pugile sinti Johann Trollmann. Non deve stupirci se apriamo il nostro omaggio a uno dei grandi interpreti del teatro italiano del secondo Novecento ricordando la sua attività di artista visivo nonché di scrittore di opere narrative. L’ecletticità e la curiosità sono sempre state una delle caratteristiche principale dell’artista Dario Fo, che sin dai suoi esordi ha visto nel linguaggio teatrale il mezzo privilegiato per instaurare un dialogo attivo con le coscienze degli spettatori. Le sue drammaturgie sono tutte caratterizzate da questa fiducia incondizionata nella forza rivoluzionaria della parola e del corpo dell’attore, nella capacità che l’arte teatrale ha sempre avuto di smuovere nel profondo le convinzioni dei singoli e di scardinare le convenzioni su cui si fonda la morale comune, smascherandone l’ipocrisia e la meschinità. L’impegno costante di Fo, che ben presto ha iniziato a creare le sue opere in stretta collaborazione artistica con la moglie Franca Rame, è sempre stato quello di mostrare l’altra faccia della medaglia, quello che si nasconde dietro le “versioni ufficiali”, sotto la polvere che si accumula troppo velocemente sulla nostra memoria collettiva, anche sulla tradizione del teatro italiano. Prima fra tutte quella dei Comici dell’Arte, che Fo è riuscito a riportare all’attenzione del grande pubblico, anche quello televisivo, mostrandone tutto il potere dissacrante e affabulatorio.

Quando nel 1997 gli viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura, le motivazioni degli Accademici di Svezia recita: “Perché, seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”. 

Forse proprio in questa apparente contraddizione tra letteratura e teatralità, sta tutta la grandezza dell’arte di Dario Fo. Quel suo essere prima di tutto attore, un uomo di teatro che comunica in aperto confronto con il pubblico, attraverso il linguaggio totale imposto dal palcoscenico, fatto di parole, immagini, suoni e soprattutto corpo. Assistere a uno spettacolo di Dario Fo, così come a una sua lezione, è un’esperienza che coinvolge con l’immediatezza della forza comunicativa del gesto, dell’espressività fisica e vocale e di un attore fuori dal comune nel vero senso della parola. La dirompenza anticonformistica del suo spettacolo-manifesto, Mistero Buffo, è l’esempio massimo delle capacità istrioniche di un giullare dei nostri tempi, che con ironia e implacabile gusto del paradosso, ci costringe a ridere delle nostre stesse bassezze, incoraggiandoci ad andare oltre certi steccati dentro i quali il potere cerca di contenere la naturale aspirazione alla felicità, propria di ogni essere umano.

Nonostante uno stato di salute che in queste ultime settimane non è stato proprio dei migliori e che lo ha costretto a rimandare ad Agosto la data di una replica speciale di Mistero Buffo, prevista a Roma per giugno, Dario Fo ha voluto rispondere a un paio di domande e condividere il suo pensiero con i lettori di Foyer, con il quale si chiude questo piccolo omaggio a un gigante del teatro contemporaneo.

Che ruolo può ancora avere il teatro in una società in cui i mezzi di comunicazione di massa sono molto più capaci di raggiungere, coinvolgere e intrattenere lo spettatore?

Piano, dobbiamo stare attenti a non confondere la prospettiva. Il compito del teatro non è assolutamente quello di intrattenere banalmente il pubblico, ma al contrario quello di informarlo, renderlo consapevole e partecipe della società in cui si trova a vivere. I nuovi media sono sì molto efficienti e capaci di coinvolgere un vasto numero di persone, ma spesso vengono utilizzati non per trasmettere informazioni ma per confondere, depistare e manipolare l’opinione pubblica, in modo da ottenere un popolo di disinformati cronici, felici della loro pochezza.

A Suo parere, come mai il teatro viene ancora percepito da una larga parte della popolazione, come una forma d’arte “alta”, “aristocratica”,  quasi per pochi “eletti”?

Questo è l’effetto di un’infame mistificazione messa in campo da secoli da parte dei difensori della cosiddetta cultura delle classi elevate, che afferma che il teatro sia una forma d’arte nata nelle corti e nelle accademie gestite dai potenti di turno. Ma in verità, come abbiamo dimostrato coi nostri spettacoli messi in scena di fronte a migliaia di spettatori, l’arte teatrale è di origine totalmente popolare, nasce dalle giullarate dei contastorie e dei fabulatori, che già nel medioevo si scagliavano contro le soperchierie dei responsabili maggiori del potere, denunciandone le truffalderie e le indegne malefatte.

Diplomato in regia all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo grassi di Milano nel 2008, laureato in Scienze dello Spettacolo all’Università Statale di Milano con una tesi sulla pedagogia teatrale di Louis Jouvet. Ha sviluppato le sue ricerche sulla figura artistica dell’attore e regista francese durante una residenza al Conservatoire d’Art Dramatique di Parigi, dove Jouvet ha svolto la sua attività pedagogica.

Oltre all’attività registica e attoriale, insegna stabilmente presso Mohole, scuola di linguaggi creativi a Milano.

Ivan Taverniti

Diplomato in regia all’Accademia d’Arte Drammatica Paolo grassi di Milano nel 2008, laureato in Scienze dello Spettacolo all’Università Statale di Milano con una tesi sulla pedagogia teatrale di Louis Jouvet. Ha sviluppato le sue ricerche sulla figura artistica dell’attore e regista francese durante una residenza al Conservatoire d’Art Dramatique di Parigi, dove Jouvet ha svolto la sua attività pedagogica. Oltre all’attività registica e attoriale, insegna stabilmente presso Mohole, scuola di linguaggi creativi a Milano.

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