Il concittadino Giacomo

Ammetto di aver provato un certo piacere nel ravvisare, qua e là negli appuntamenti di questa stagione teatrale, riferimenti drammaturgici centrati su Giacomo Leopardi. Indipendentemente dalla ragione per cui lo si stia facendo, è un bene per la società.E non lo dico solo perché Leopardi ha riempito le mie letture giovanili, non ha ancora smesso di farlo e, conseguentemente, gli sono affezionato.

Io a Leopardi do del tu perché lo frequento assiduamente da sempre e mi sembra ragionevole il punto di vista di Jacques Prèvert, che diceva: “Non volermene se ti do del tu, io do del tu a tutti quelli che amo anche se una sola volta li ho veduti, io do del tu a tutti quelli che si amano anche se non li conosco”.Qualche anno fa, senza alcuna ambizione di oggettività, ho scritto e tenuto un corso su di lui che ho intitolato Giacomo Leopardi e la costruzione della società civile. Ma non c’è La ginestra, disse il coordinatore che aveva ricevuto il materiale. Lo so, non l’ho messa. Si, ma è un poeta, se lo aspettano, obiettò. Voleva il pastore errante, il dì di festa, il passero solitario. Il pubblico se lo aspetta, disse. Ma si, lo accontentai, le assicuro che, se si aspettano di sentirmi parlare di Silvia o dell’Infinito o della Luna, saranno accontentati. Ecco, disse, questo è importante. Naturalmente mentivo, non avrei fatto un’analisi scolastica dei Canti. E la ragione è semplice. Non c’è niente che io detesti di più della parafrasi interpretativa e legiferante. Qui Leopardi voleva dire questo, qui voleva dire quello. Fin dai tempi della scuola, tutti i cattivi maestri sapevano sempre esattamente cosa volesse dire Leopardi, come se gliel’avesse confidato di persona. Io sono convinto che nessuno possa testimoniare il vero significato del pensiero leopardiano più di quanto possa concettualizzare un quadro di Salvador Dalì.Anche del pessimismo cosmico spero che non dovremo mai più sentir parlare. Questa indecorosa categoria ha afflitto generazioni di studenti, alle quali ha impedito di approfondire il pensiero filosofico, sociologico, antropologico, romantico, positivo, costruttivo. Come se la sconsolatezza provenisse dalla lettura di Leopardi e non dall’analisi dello stato presente dei costumi degli italiani o della cultura, dell’istruzione, della politica, dell’economia. Come sempre accade in Italia, il problema è il denunciante, figura scomoda che viene prontamente e impietosamente esonerata, ma questo è un altro discorso.Spero che questa rivisitazione, riflessa da teatro, cinema e letteratura, si fondi sul suggerimento di avvicinare Leopardi a partire da ciò che di lui non abbiamo ancora letto con sufficiente attenzione e apertura interrogativa. Che prescinda finalmente dai luoghi comuni. Spero che cominceremo ad argomentare da Leopardi, non di Leopardi.Per esempio, Il Dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez mi sembra che parli della malattia infantile di una parte del pensiero filosofico occidentale. In pochi capoversi attacca e decostruisce una credenza metafisica radicata, quella di una legge di causalità che autorizza congetture e previsioni basate su un’arbitraria logica ordinatrice che applichiamo al mondo per sentirci sicuri. Mi sembra che il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani sia stato scritto ieri mattina da un concittadino che fa autocritica analizzando alcuni tratti caratteristici della nostra difettosa socialità e del nostro senso civico zoppicante. Mi sembra, lamentando che “i letterati romani erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in paradiso. Per loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola vera scienza dell’uomo, era l’antiquaria: trovare un pezzo di rame o di sasso che era appartenuto a Marcantonio o a Marcagrippa” (da P. Citati, Leopardi, Milano 2010, Mondadori), egli dica il medesimo di Marinetti nel Manifesto del futurismo: “vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari. Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri”.A me Leopardi sembra un filosofo che ha scritto anche in versi, ma forse nel pensier mi fingo. Ditemi voi. Scrivetemi e proseguite questo breve elenco di suggestioni ed impressioni, se volete. Mi fermo qui, esprimendo la mia gioia per questo rinnovato interesse per l’amico Giacomo.

Direttore responsabile.

Laureato in filosofia all’Università statale di Milano, ha una predilezione per la teoretica e l’epistemologia. Ma gli piacciono anche Homer Simpson e Peter Griffin, i quali sono, com’è noto, due fini pensatori nonché grandi interpreti della vita, già professionisti nella disciplina della caduta in piedi.

Ha lavorato come formatore e consulente nell’ambito delle risorse umane. Se leggere libri fosse un’attività pagata, potrebbe vivere di rendita. La professione di editore era un antico sogno e i sogni prendono polvere se non si realizzano.

Federico Niola

Direttore responsabile. Laureato in filosofia all’Università statale di Milano, ha una predilezione per la teoretica e l’epistemologia. Ma gli piacciono anche Homer Simpson e Peter Griffin, i quali sono, com’è noto, due fini pensatori nonché grandi interpreti della vita, già professionisti nella disciplina della caduta in piedi. Ha lavorato come formatore e consulente nell’ambito delle risorse umane. Se leggere libri fosse un’attività pagata, potrebbe vivere di rendita. La professione di editore era un antico sogno e i sogni prendono polvere se non si realizzano.

Commenta

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: